RECENSIONI
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Roma | L’artista “tappezziere” Cesare Tacchi in una retrospettiva a Roma
08/02/2018
- Elena Paloscia


periodo: 07/02/2018 - 06/05/2018
curatore: Daniela Lancioni, Ilaria Bernardi
artista: Cesare Tacchi
presso: Palazzo delle Esposizioni

Uscire fuori dal quadro per poi ritornarci! Un’impresa comune, un desiderio impellente negli anni ‘60 anche per Cesare Tacchi, artista cui Palazzo delle Esposizioni dedica una retrospettiva e che risponde con straordinaria creatività mettendosi nei panni di un artigiano e creando quadri imbottiti e mobili di design inutilizzabili in un breve arco temporale.

L’esposizione, curata da Daniela Lancioni e da Ilaria Bernardi, illustra in realtà l’intero percorso dell’artista dall’esordio negli anni cinquanta con i suoi compagni di viaggio oggi celebri come Schifano, Tano Festa, Renato Mambor, Sergio Lombardo, Giosetta Fioroni e molti altri, fino agli ultimi lavori con installazioni e dipinti più concettuali, realizzati a partire dagli anni ‘80 fino alla sua morte avvenuta nel 2014.

È solo grazie ad una lettura complessiva del lavoro di Cesare Tacchi, infatti, effettuata su materiali d’archivio, messi a disposizione per l’occasione dagli eredi, che si definiscono chiaramente anche gli aspetti della sua produzione più nota, in cui proprio la creazione artigianale, talvolta enfatizzata dall’artista stesso che non delegava ad altri la produzione, acquisisce un valore ancora più forte.
Ciò avviene proprio intorno al 1964 quando Tacchi comincia a sperimentare la sua “fuga dalla superficie piana” estroflettendo la tela modellata sul proprio corpo.

Ma l’impatto di una società ad alta velocità, nella produzione come negli stessi ritmi di vita sembra avere l’effetto opposto sull’artista che, con un fare tautologico, sceglie inizialmente per i suoi dipinti, imbottiti con il capoc una fibra naturale leggera utilizzata per imbottire i divani realizzati a capitonné, proprio soggetti come le poltrone. In immagini come Poltrona Rossa (1964) e Poltrona Gialla (1964) la figura umana è ancora del tutto o parzialmente assente. In totale sono circa sessanta le tappezzerie realizzate in questi anni la cui storia tecnica è raccontata in un testo in catalogo di Simona Magrelli e Claudio Carbonaro, realizzato in occasione di un restauro.

Solo successivamente introduce la figura umana disegnata mediante la proiezione sulla stoffa e posta comodamente adagiata in solitudine pensosa, come in Paola e poltrona (1964) riferita a Paola Pitagora, Renato e poltrona (Renato Mambor) o, in amabile conversazione come Sul divano a Fiori.
Queste figure attraversano brani di tessuto stampato, montati tra loro come patchhwork con stoffe pregiate che non brillano per eleganza e discrezione emblematiche di un mondo borghese sfacciato e sicuro di sé,  fanno riferimento senz’altro ai personaggi e agli amici che frequentavano i salotti mondani del tempo.

L’artista infatti trae sempre ispirazione da ciò che ha intorno e in particolare dalle immagini stesse della realtà quotidiana veicolata secondo schemi standardizzati dalla pubblicità. Dispone la figura umana disegnata comodamente a suo agio in un ambiente di sapore Pop in cui però il quadro, con le sue parti aggettanti e fortemente materiche, penetra lo spazio circostante entrando in una intima relazione con lo spettatore.
Nell’opera Il letto pensando a un prato (1966), l'immagine, tripartita in orizzontale, suggerisce un’ulteriore dimensione quella onirica diventando quasi concettuale perché spinge lo spettatore, come poi farà molti anni più tardi con Secrétéire a cercarne un significato ulteriore a fornire una propria interpretazione.

La scelta di rappresentare il riposo, il momento di quiete, come suggerisce Daniela Lancioni nel testo in catalogo, potrebbe essere legata alla pubblicazione del libro Elogio dell’ozio, scritto da Bertrand Russell nel 1935 e tradotto in Italia nel 1964, e potrebbe far riferimento proprio alla necessità di prendere le distanze da un iperattivismo che, come ricorda l’autore, pochi decenni prima era stato la bandiera dei totalitarismi.
Al tempo stesso la ricerca dei materiali e l’assimilare il lavoro dell’artista a quello dell’artigiano, superando i temi dell’informale e restituendo identità e peso alla figura, sembra voler riavvicinare all’idea di un fare sapiente e genuino scandito dai tempi di un lavoro creativo e non meccanico.

Così anche l’amore e la coppia entrano nelle sue tappezzerie con garbo, i personaggi delle opere La coppia, I fidanzatiAmoreCoppia felice, opere del 1965 e del 1966, si abbracciano e si sfiorano, superando i limiti dell’immagine pubblicitaria, cui pure si riferiscono, per diventare icone nuove. Le sagome, confuse tra fiori e trame, nella loro linearità riaffermano l’autenticità del sentimento oltre ogni possibile mercificazione.
In un clima di contaminazione e di citazione anche Tacchi si fa sedurre dall’arte italiana introducendo nell’opera la Primavera Allegra, liberamente ispirata al capolavoro di Botticelli, figure che torneranno anche in altri lavori, come la donna sdraiata o le mani tra i capelli tratte da pubblicità del tempo.
Sempre dalla pubblicità, questa volta delle lamette Gilette, è tratto il soggetto de L’uomo che guarda del 1966, immagine di pensatore contemporaneo che già sembra meditare l’imminente capovolgimento semantico del suo lavoro.


A questa incursione di una “realtà rappresentata” nell’arte infatti faranno seguito opere ambientali in cui gli oggetti e gli arredi della casa sono “defunzionalizzati”, così come negli Stati Uniti  accadeva nei lavori di Claes Oldenburg, artista pop che che Tacchi aveva avuto modo di conoscere, come ricorda sempre la Lancioni nel suo testo.
Anche qui il contrasto ancora una volta si fa evidente tra la fisicità della materia di questi arredi imbottiti dall’artista stesso in vilpelle, come la Poltrona inutile del 1967 o la Cornice del 1968, ed il coinvolgimento spiazzante dello spettatore: quanto più è reale e tangibile l’oggetto, imponente anche per dimensioni, tanto più non è utilizzabile.
Nel deludere le aspettative più banali, e nel destabilizzare il fruitore comune tuttavia questi oggetti aprono nuove prospettive, coinvolgendo sempre più il pubblico in una dimensione attiva in cui l’opera si trasforma costantemente a seconda dell’uso che se ne fa.

Un passo imprescindibile per quanto accadrà successivamente, a partire dalla Cancellazione d’artista 1968, fino alle tante installazioni e documenti di performance presenti in mostra.
Nel Quadro elastico del 1975, con un’estroflessione questa volta cangiante in virtù proprio della partecipazione del pubblico che, lo rende vivo e mutevole premendo sul retro con forme messe a disposizione dall’artista, Tacchi dà all’opera uno status sempre nuovo per passare poi, nel suo ritorno alla pittura, verso la fine degli anni Settanta, a rappresentazioni enigmatiche che ancora una volta interrogano e stimolano, critici, galleristi e spettatori comuni.
Una retrospettiva completa e coinvolgente dunque, che, grazie anche ad una serie di video documentari allestiti con monitor nella sala centrale, ci restituisce la complessità di Cesare Tacchi come artista e come uomo del suo tempo, sempre vigile, curioso, riflessivo: homo faber.

In occasione dell’esposizione è stato pubblicato un catalogo a cura di Daniela Lancioni e di Ilaria Bernardi, con testi delle curatrici, un’antologia di testi dell’artista tra cui alcuni inediti, una selezione di testi critici, schede delle opere e un ricchissimo apparato iconografico.
 

indirizzo
Via Nazionale, 194 00184 Roma

telefono
Call center tel. 06 39967500

web
https://www.palazzoesposizioni.it

orari
Domenica, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 20.00. Venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. Lunedì chiuso. L'ingresso è consentito fino ad un'ora prima della chiusura.

accesso per i disabili
Ingresso riservato ai disabili Via Milano, 13 e Via Piacenza snc

biglietti
Intero € 10,00 Ridotto € 8,00 Ragazzi dai 7 ai 18 anni € 6,00 Bambini fino a 6 anni gratuito

catalogo
Edito da Palazzo delle Esposizioni

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Elena Paloscia
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