RECENSIONI
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Roma | Duilio Cambellotti, "l'opera d'arte totale" tra "mito, sogno e realtà"
18/06/2018
- Anna Maria Di Stefano


periodo: 06/06/2018 - 11/11/2018
curatore: Daniela Fonti e Francesco Tetro
artista: Duilio Cambellotti
presso: Musei di Villa Torlonia

"Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà" è il titolo della mostra recentemente inaugurata a Roma nel prestigioso complesso dei Musei di Villa Torlonia. A quasi venti anni dall’ultima grande retrospettiva che la Capitale gli ha dedicato era questo il momento opportuno per riproporre al grande pubblico l’opera del poliedrico e inesauribile artista che eccelse, in più di sessanta anni di attività, con ugual talento, in molteplici ambiti: oreficeria, illustrazione, grafica, cartellonistica pubblicitaria, pittura, scultura, ceramica, arredamento d’interni, complementi d’arredo, scenografia teatrale e cinematografica.

In più di 230 opere, l’esposizione rende chiaramente conto di tutto questo, presentando un magico mondo creativo che spazia dal mito al sogno, alla dura realtà.

La mostra - a cura di Daniela Fonti e di Francesco Tetro e promossa da Roma Capitale - Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dall’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti di Roma, dal Civico Museo “Duilio Cambellotti” di Latina - mette nel contempo chiaramente in evidenza altre caratteristiche precipue dell’opera di Cambellotti: l’aspirazione all’ “opera d’arte totale”, l’importanza della materia e l’ossessione per la tecnica e l’accuratezza dei lavori che l’artista perseguiva con acribia quasi maniacale sperimentando di continuo una pluralità di modalità espressive, mezzi e materiali.

Le Sezioni della mostra: la “mostra in una stanza”

Il percorso espositivo - suddiviso in aree tematiche - si snoda nelle sale del Casino dei Principi con le Sezioni Non piacevoli soprammobili… piuttosto uno stato d’animo; Progetti per la città. Comunicazione; L’illustrazione; La cavalla maremmana… insieme al suo cavaliere, tutt’uno con l’animale; Gli archetipi: l’archeologia, il mare, la terra, l’Oriente; La casa. Lo spazio intimo; La committenza pubblica; Cinema e fotografia; Filatelia, erinnofilia e grafica minore; continua nella Sala da Ballo e nel Portico del Casino Nobile con Il Teatro e La grande scultura;termina nella Casina delle Civette con le famose vetrate Liberty, disegni e mobili creati appositamente dall’artista.

Visitando le singole sale, accurate nell’allestimento, eleganti nei colori delle pareti, raffinate nei fregi che riproducono decori di Cambellotti, viene immediatamente in mente - parafrasando il titolo di una nota canzone - la definizione la "mostra in una stanza": ciascuna sala, infatti, organizzata a carattere tematico, aspira - a buon diritto - ad essere essa stessa una piccola mostra.


I temi fondanti: gli archetipi

I temi fondanti della poetica di Cambellotti sono presentati nella Sezione dedicata agli archetipi: l’archeologia, il mare, la terra, l’Oriente. Mutuati dal mondo figurativo antico e classico, reinterpretati con moderna originalità, riletti attraverso la lente dell’aspra vita pastorale e contadina dell’Agro Pontino, orchestrati in relazione alla committenza, alle trasformazioni sociali, alle situazioni politiche danno vita alla sua estetica, basata essenzialmente sul vigore inventivo, sulla capacità di sintesi e sulla forza comunicativa.

Notevoli, fra le opere esposte, le tempere realizzate per l’edizione de Le mille e una notte (Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1913), che trasportano nel fiabesco mondo orientale o l’uomo che si confronta con gli elementi della natura (Conca dei nuotatori, 1910, terracotta). Al centro della sala, spicca, nella sua ieratica solitudine, La Pace (1914-1919), statua in bronzo di una donna emaciata, dalla profonda forza espressiva, gravata dal peso di un vomere, che cammina avanzando su un campo di cadaveri: Cambellotti - convinto assertore di una cultura socialista/pacifista - pensava, infatti, che fosse stato il mondo contadino a sostenere il vero peso della guerra e di quanto ne seguì.

Cambellotti e le Arti Applicate: un patrimonio genetico

Fin dall’infanzia e dalla prima giovinezza Cambellotti - abile cesellatore, orafo, disegnatore di gioielli, ebanista - ebbe uno stretto rapporto con le Arti Applicate, quasi un patrimonio genetico, ereditato dal padre intagliatore in legno e decoratore e appreso - per quanto riguarda la lavorazione dei metalli - direttamente da un orafo.

Fra la fine dell’ Ottocento e i primi anni del nuovo secolo si dedica con passione alle Arti Decorative realizzando oggetti, all’insegna di un Liberty raffinato, destinati a quella borghesia emergente, intellettuale e imprenditrice, che frequentava i salotti romani colti ed elitari dei politici, degli artisti, delle signore eleganti e impegnate come Maria Monaci Gallenga e Orazia Belsito Prini, ambienti immortalati in quadri del tenore de I ricevimenti in casa Prini (D. Baccarini, 1904).

Tutta questa attività e questo mondo del lusso è presente, nella mostra, in oggetti raffinati (Spilla della rondine, Spilla del vannino, Spilla della fanciulla, tutte della metà degli anni Dieci del Novecento), in bozzetti (Progetto per cofanetto del ragno, 1898, Studi di spilloni per capelli, 1900 ca.), in studi e progetti per arredi domestici (Progetto per lampadario con gocce di luce, 1898, Progetto per lampadario con conchiglie di luce, 1898) o di decoro urbano (Progetto per palo-sostegno, 1896, Studi per orologi stradali, 1920).


Dall’eleganza del Liberty all’epopea degli ultimi

Cambellotti, artista dalle varie personalità, non è solo cantore dell’eleganza, della sobria raffinatezza ma anche cantore dell’epopea degli ultimi: mondi dissonanti fra loro ma a cui non poteva sottrarsi. Lasciandosi alle spalle la frenesia della metropoli moderna, nelle sue escursioni appena fuori città - armato solo di macchina fotografica - è folgorato da quanto si presenta ai suoi occhi: squallore, dolore, febbri, il Lazio in preda alla malaria.

È questo un mondo popolato da figure ieratiche, solenni, dai passi lenti e delle immobilità statuarie che rappresenterà in opere di grande impatto come Il buttero del 1924, da animali totemici: cavalli dal mantello sfavillante di rame, tori monumentali, bufali, candide vaccine, vannini dai passi incerti tra cui, ad esempio, I cavalli della palude pontina, 1911.

Una realtà che l’artista celebra anche scegliendo - per lo stesso tema e per manufatti di analoga tipologia - materiali diversi come cera, terracotta, maiolica, ceramica, bronzo, bucchero, sino al marmo o al diaspro, ottenendo di volta in volta una resa differente. Famose, in questo contesto, le diverse versioni della Conca dei bufali: da quella in terracotta del 1908 ca. a quelle in gesso e in bronzo del 1910.


È questo un mondo disperato ma - nello stesso tempo - eroico che colpisce profondamente il suo immaginario poetico e in cui scopre anche l’aspetto epico del lavoro operaio che tratteggia in opere come Il divenire sociale, La casa del popolo e L’altare (databili tra il 1905 e il 1907). In quest’ultima in particolare - nella raffigurazione dell’incudine, del piccone, dei martelli, della morsa - si riconosce l’importanza che l’artista riservava al lavoro artigianale.


Il mondo che Cambellotti descrive è il “vecchio mondo”, quello dei contadini. È un mondo che tramonta, incalzato dalla città, dall’avanzare di una civiltà urbana: "ma è proprio civiltà?” sembra chiedersi l’artista ne La falsa civiltà (1905) in cui un selciatore compie un’azione distruttiva nei confronti della natura.

La “Gesamtkunstwerk” nella committenza privata e pubblica. Il Teatro

Nei suoi lunghi anni di attività Cambellotti ha sempre conformato il suo lavoro all’idea di Gesamtkunstwerk, il concetto di “arte totale” di wagneriana memoria che raggiunse in entrambe le sue direzioni operative: quella privata - in cui spaziò dalla progettazione di abitazioni a quella degli interni - e quella pubblica che lo vede capace interprete della grande scultura e pittura monumentale (v., ad es. i cicli decorativi del Palazzo del Governo di Littoria ora Latina (1934) o del Palazzo dell’Acquedotto Pugliese, Bari (1931 ca.) per cui ideò anche gli arredi di cui si possono vedere in mostra alcuni esempi.


Ma è proprio nel suo lavoro per il teatro - a cui si è dedicato per tutta la vita - che raggiunge l’acme di questa aspirazione. Appare chiaro - dalle sue riflessioni teoriche - che in questo ambito l’artista è una sorta di deus ex machina da cui dipendono - in una unità di azione - la scenografia, la coreografia, i costumi e l’impatto comunicativo: il manifesto pubblicitario doveva andare “dritto al cuore” trasmettendo con immediatezza il “senso” della tragedia.
La sua attività, iniziata nel 1906 collaborando con il Teatro Stabile di Roma, si svolse essenzialmente - dal 1914 al 1948 - per il Teatro Greco di Siracusa - di cui curò gli allestimenti scenici per tutti i cicli di spettacoli classici - e per quelli di Ostia, Agrigento, Taormina, Paestum.
Per questi teatri all’aperto inventò ingegnose soluzioni sceniche per evitare che lo spettatore fosse distratto dal fondale naturale: il cielo e il paesaggio retrostante. Per i costumi, ispirati a una rielaborazione originale dell’arte preellenica, predilesse colori che suggerissero l’immagine “di una grande figurazione vascolare” (Cambellotti). Tutto questo è raccontato nell’accurata Sezione dedicata al Teatro, illustrata da fotografie, manifesti, rifacimenti di costumi originali e maquette di allestimenti scenici fra cui quelle per Edipo Re (1922) e Trachinie (1933) di Sofocle, per Agamennone di Eschilo (1930) e per Ecuba di Euripide (1939).

La cultura dell’abitare e il rinnovamento delle Arti Applicate: per gli artisti quasi una “chiamata alle armi”

L’idea di Gesamtkunstwerk è perseguita anche nei lavori di committenza privata. Raggiunge altissimi livelli anche nella progettazione di uno spazio particolarmente intimo e privato: quello della casa. Nasce la cultura dell’abitare diffusa dalla rivista “La Casa” (1908-1913) portavoce anche di un rinnovamento delle arti applicate e fautrice del riscatto di tutte le tecniche artigiane, vanto della capitale grazie a maestranze di comprovata competenza, rivista con cui l’artista collabora sin dall’inizio entrando fra il novero dei redattori.

La nuova cultura identifica nel villino il modello ideale di abitazione privata per l’emergente borghesia romana ed esige che nel nuovo assetto della giovane capitale d’Italia siano coinvolti non solo gli urbanisti ma anche gli artisti. Cambellotti è partecipe di questa nuova, entusiasmante impresa in veste di architetto e come “progettista d’interni” lasciando preziose testimonianze.

Fra queste il lavoro svolto per il villino Pallottelli a Roma in via Massaua la cui immagine della Sala da musica è riprodotta in mostra in grandi dimensioni.

Di questa abitazione curò, dopo averla ampliata e ristrutturata nel 1922, tutte le componenti interne: dalle vetrate artistiche - che diventano “elementi d’arredo di spicco” - alle decorazioni plastiche e pittoriche degli interni e degli esterni, ai mobili, ai decori, alle suppellettili e ai soprammobili.


In particolare nella concezione degli arredi Cambellotti annovera tutti i modelli contemporanei, rivisitando anche arredi quattrocenteschi, concentrandosi su forme squadrate impreziositi da piccoli dettagli decorativi scolpiti in bronzo come si può notare nello Stipo Le curiose del  1923 o disegnati a intarsio e ripropone forme archetipe come il timone che diventa “matrice di una serie di mobili marinareschi”.


Cambellotti e l’editoria: ancora Gesamtkunstwerk

Anche in ambito editoriale Cambellotti perseguiva il concetto di “arte totale”. Nella realizzazione del volume, infatti, prevedeva una collaborazione totale dell’artista, non solo per le illustrazioni ma anche nella scelta della carta, dei caratteri, dei capilettera, dei fregi, dei disegni, della copertina sino alla determinazione “del modo più acconcio per riprodurli” (Cambelotti).
Tra i libri in mostra si possono ammirare esemplari celebri come La nave di G. D’Annunzio (1908), Le mille e una notte (1913), le Favole di Trilussa (1920) dalla copertina tessuta in seta o I fioretti di San Francesco, il Cantico del sole, le considerazioni sulle stimmate (1926) dalla copertina in legno con inserti in metallo.


E molto altro ancora…
Non mancano poi nel percorso altri temi di grande interesse tra cui la comunicazione - di cui Cambellotti colse immediatamente il potere dirompente - la “grande illustrazione”, il cinema e la fotografia e la figura di Cambellotti come collezionista.

"Autodidatta. Duilio Cambellotti racconta se stesso": un film di Lucilla Salimei

Per una completa comprensione della mostra, inoltre, è vivamente consigliata la visione del filmdi Lucilla Salimei Autodidatta. Duilio Cambellotti racconta se stesso che - senza sbavature, ridondanze, retorica - in una successione serrata di centinaia di immagini, racconta la vita, il mondo creativo e la produzione multiforme ed eterogenea dell’artista, attraverso le sue stesse parole.

Da segnalare, infine, il catalogo edito da Silvana Editoriale, 2018, con una testimonianza di Marco Cambellotti, nipote di Duilio, e saggi dei curatori Daniela Fonti e Francesco Tetro e di Giovanna Alatri, Maria Francesca Bonetti, Alberta Campitelli, Carlo Fabrizio Carli, Monica Centanni, Annamaria Damigella, Daniela De Angeli, Elena Longo, Nadia Marchioni.

 

 

indirizzo
Via Nomentana 70, Roma

telefono
060608 (tutti i giorni ore 9.00 - 19.00)

accesso per i disabili
si

catalogo
Silvana editoriale

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