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Donatello e la sua lezione. Sculture e oreficerie a Padova tra Quattro e Cinquecento - Catalogo della mostra 08/06/2015 - Fabiana Anfuso

Il volume Donatello e la sua lezione. Sculture e oreficerie a Padova tra Quattro e Cinquecento a cura di Davide Banzato ed Elisabetta Gastaldi è stato pubblicato a corredo della mostra omonima allestita presso i Musei Civici agli Eremitani e a Palazzo Zuckermann tra il marzo e il luglio 2015.
Il catalogo, così come l’esposizione, mira a mettere in luce lo stretto legame tra scultura e arti minori, oreficeria in particolare, che si instaurò a partire dal quasi decennale soggiorno di Donatello nella città patavina.
L’avvio di una fiorente bottega, frequentata da numerosi allievi ed estimatori, e i contatti stretti con le officine orafe cittadine, al fine di evadere l’impegnativa commissione di realizzare le fusioni per l’altare del Santo, ebbero conseguenze determinanti sulla cultura artistica locale: i caratteri salienti del linguaggio donatelliano – naturalismo, richiami al mondo classico, capacità di resa prospettica – influenzarono profondamente la scultura e le arti applicate almeno fino al terzo decennio del Cinquecento, assegnando a Padova un ruolo di spicco come centro di irradiamento del nuovo stile rinascimentale.
Il volume è composto da tre saggi, dalle immagini delle opere esposte, divise in sculture e oreficerie, con le relative schede, e dalla bibliografia ordinata cronologicamente.
Le suggestioni derivanti da Donatello presenti nella produzione degli scultori e dei plasticatori padovani sono analizzate da Davide Banzato nel saggio “Note sulla scultura e la plastica a Padova fra Quattro e Cinquecento”.
In questo excursus un certo spazio è dedicato alla figura di Bartolomeo Bellano (1437/38-1496/97) che, entrato giovanissimo nella bottega, seguirà il maestro a Firenze, divenendo un abile bronzista, capace sia di elaborare scene corali complesse e drammatiche sia di padroneggiare la piccola scultura in bronzo a tutto tondo, raggiungendo spesso esiti di altissima qualità esecutiva.
Il saggio prosegue analizzando le personalità del lombardo Giovanni de Fonduli, artista di recente acquisizione il cui catalogo è andato arricchendosi proprio negli ultimi anni, e di Severo Calzetta da Ravenna, prolifico autore di bronzetti tramite i quali diffuse un’ampia gamma di temi classici, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Maestro del drago” dal soggetto della sua fusione più nota e diffusa.
Una trattazione più estesa è riservata ad Andrea Briosco detto il Riccio (1470-1532), protagonista della scultura di primo Cinquecento grazie alle sue doti di abile bronzista e raffinato plasticatore. Sua la bellissima testa femminile in terracotta policroma scelta per illustrare la copertina del volume. Frammento superstite di una scultura forse raffigurante una Madonna con Bambino, presenta una splendida, elaborata acconciatura, in cui morbide ciocche ondulate sono raccolte alla sommità del capo da un diadema adorno di conchiglie, perle e festoni e culminante in un cammeo al centro della fronte. Questa accuratezza nella resa del dettaglio si può far risalire all’apprendistato condotto da Briosco nella bottega orafa del padre Ambrogio e alla pratica di utilizzare calchi di sculture, gemme e monete antiche quali fonti di ispirazione legate al mondo classico.
Per i lettori di Golconda Arte sarà certo di grande interesse il saggio di Giovanna Baldissin Molli intitolato “La strada dei documenti. Gli incroci tra Donatello e l’oreficeria padovana”, che, sulla base di numerose testimonianze documentarie, offre uno spaccato del contesto storico e socio-culturale in cui operarono le botteghe orafe padovane nel corso del XV secolo, età in cui questa forma di artigianato conobbe una straordinaria fortuna.

Nel settore delle arti minori manufatti come suppellettili sacre, stoviglie e oggetti d’arredo destinati alle abitazioni private, gioielli e decorazioni da applicare alle vesti e alle acconciature di lusso costituiscono l’insieme di quanto prodotto da un gran numero di artigiani che, spesso provenienti da altre città, installarono i loro laboratori in quell’incrocio di vie ubicato grosso modo tra la piazza delle Erbe e il Ghetto.
Numerosissimi i nomi che affiorano dai documenti, tra cui emergono quelli di cinque orafi che affiancarono Donatello nella realizzazione dei bronzi per l’altare del Santo, elemento che conferma quanto le interferenze tra oreficeria e arti visive siano “una chiave di lettura da non trascurare, nella comprensione dei fenomeni artistici del Quattrocento”. Si tratta di Antonio di Giovanni da Milano, Bartolomeo da Bologna, Nicolò Del Papa, Giacomo di Baldassarre di Prata sarto e, infine, Giovanni di Pietro fabbro, autore quest’ultimo, insieme a Gianagostino e Domenico Elini del “Reliquiario del legno della Santa Croce, delle fasce di Gesù Bambino e della spugna avvicinata a Lui crocifisso”, esemplare esposto in mostra, che parla un linguaggio già pienamente rinascimentale.
Proprio a questo e ad altre suppellettili sacre facenti parte del
Tesoro del Santo è dedicato il contributo dal titolo “Il Tesoro della basilica di Sant’Antonio. L’eredità di Donatello e Mantegna”, firmato da Anna Maria Spiazzi, autrice anche delle schede relative ai dodici capolavori di oreficeria presenti in mostra: un calice, un nimbo, un portaincenso e ben nove reliquiari.
Nel saggio si sottolinea quanto questi raffinati manufatti siano debitori, in termini stilistici e formali, all’arte dei due maestri. Sebbene non si possa parlare di citazioni puntuali, le piccole figure di santi che ornano alcuni di questi reliquiari richiamano, per naturalismo ed espressività, le grandi sculture a tutto tondo concepite da Donatello per l’altare del Santo. Anche il ricorso a motivi decorativi desunti dall’antico quali festoni, cornucopie, palmette, girali, rosette, foglie d’acanto, conchiglie, delfini, grifoni, arpie denuncia un’adesione a quel gusto antiquario affermatosi a Padova proprio con Donatello e Mantegna.
In più occasioni si rimarca l’importanza della circolazione delle stampe con motivi all’antica quali fondamentali veicoli di diffusione delle invenzioni mantegnesche, anche dopo la partenza dell’artista per Mantova. È assai probabile che l’evoluzione nella maniera di concepire il nodo che interrompe la continuità del fusto di calici e reliquiari – in cui si passa dal nodo a tipologia architettonica, costituito da un tempietto con nicchie e cupola, al nodo a doppia valva oppure a vaso con anse – sia influenzata proprio dall’interesse degli artisti rinascimentali per il tema del vaso, come testimoniano numerosi studi e disegni, tra cui un foglio del Louvre di mano di Mantegna, purtroppo non presente in mostra.
Numerose variazioni si riscontrano anche nell’elaborazione del piede, ora a tronco di cono con base circolare, ora a campanula con base a forma esagonale, ottagonale o polilobata e mistilinea come nel “Reliquiario del cappuccio di san Bernardino”.
Si tratta di oreficerie stupefacenti non solo per inventiva nella ricerca di soluzioni innovative, ma anche per abilità tecnica nella lavorazione di materiali diversi: l’argento e il rame dorato vengono sottoposti a processi di fusione, sbalzo, incisione, cesellatura, traforati e punzonati in base all’effetto che si vuole ottenere, e arricchiti da elementi in vetro soffiato, cristallo di rocca, madreperla, smalto traslucido, opaco o filogranato.
Significativo, poi, il frequente impiego di parti decorative in niello, tecnica antichissima riportata in auge nella Firenze rinascimentale da Maso Finiguerra, le cui opere erano certamente conosciute e apprezzate nell’ambiente padovano.
È in questo contesto che è possibile comprendere uno dei pezzi più eleganti e raffinati presentati in questa mostra, la cosiddetta “Navicella”, un portaincenso realizzato negli anni sessanta del Quattrocento da un anonimo orafo padovano, formato da una base a sei lobi in argento dorato e da un contenitore a conchiglia coperto da due valve triangolari ornate a niello, un capolavoro che contribuisce all’eccezionalità di questo Tesoro, senz’altro un unicum in area veneta.
L’esposizione, dunque, offre l’opportunità di guardare con occhi nuovi questi oggetti d'arte applicata, la cui funzione liturgico-devozionale prevarica solitamente il piacere estetico, e di cogliere come anche nel campo dell’oreficeria si compia quel significativo trapasso dal lessico tardogotico a quello pienamente rinascimentale.

A cura di Davide Banzato, Elisabetta Gastaldi
Editore Skira, Milano
Anno 2015

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