RECENSIONI
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Slow Art, gli sviluppi della Fiber Art in una mostra al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma
10/03/2015
- Elena Paloscia


periodo: 23/01/2015 - 03/05/2015
curatore: un progetto di Bianca Cimiotta Lami e Lydia Predominato a cura di Bianca Cimiotta Lami, Mariastella Margozzi, Maura Picciau, Lydia Predominato
presso: Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari

Quando il saper fare non è solo un valore aggiunto ma anche spinta propulsiva alla ricerca, in cui creatività e arte entrano a far parte di un ideale intreccio del mondo reale, possono nascere alcune tra le più interessanti espressioni artistiche del panorama contemporaneo. L’antica arte della tessitura, attività artigianale profondamente legata al flusso della vita, nel tempo ha raggiunto vette altissime e negli anni Sessanta del Novecento, con la Fiber Art, prende forma come attività artistica autonoma svincolata dalla funzionalità degli oggetti creati. A questo movimento fa riferimento la bella mostra al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, ideale seguito di una precedente importate esposizione realizzata quindici anni fa presso le sale del San Giacomo a Trastevere, luogo a lungo deputato alla formazione degli artigiani.
“Off Loom II - Fuori dal telaio”, fa il punto della situazione in un panorama quanto mai differenziato in cui le quattro curatrici hanno voluto, con un allestimento suggestivo ed ineccepibile al contempo, guardare al panorama attuale, pur considerando alcuni capisaldi di questo movimento.
Di grande intensità  il lavoro di Maria Lai, artista sarda scomparsa nel 2013, celebrata e riconosciuta per il suo percorso, le cui opere provengono dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Emozionante, pagina dopo pagina, il racconto nel libro “C’era una volta un Dio” (1990), cucito e tessuto, in cui le immagini raccontano di un Dio che si annoia nel buio e, nel voltare le pagine, scopre la capacità dell’uomo di dare vita all’arte.
Nella sua semplicità, la forma lenzuolo stendardo creata nel 2014 da Claudia Losi e intrecciata nell’ordito con le promesse degli abitanti di Calitri, cui era stato chiesto di inviare appunto promesse fatte e ricevute poi trascritte a mano su fettucce di cotone e tessute, è emblema di come l’arte possa creare una relazione, attivando il senso di appartenenza attraverso una sorta di rituale collettivo dell’intreccio.
Suggestiva anche la cornice vuota di Marisa Bandiera Cerantola, tessuta con stringhe i cui lembi sono bruciati e che inquadra la vastità dell’ambiente circostante generando un rimando di significati in cui l’effimero suggerito dal fuoco sembra essere contenuto proprio dall’intreccio stesso.
È ancora l’intreccio su differenti piani la suggestione che proviene dal poetico lavoro "Co- abitare" di Anna Moro Lin, una riedizione realizzata per l’occasione, ma in dimensione inferiore, di un’opera precedentemente rubata, un’installazione realizzata con tappeti realizzati con carte fatte a mano. Un tappeto di tappeti, sovrapposti come in una moschea, con simboli orientali, evocano non solo la preghiera ma la comunanza, l’intimità, che si percepisce ancor meglio se si accoglie l’invito dell’artista a camminare a piedi scalzi sulla superficie. Ci si accorge solo allora che non si tratta di stoffa ma di carta.
E la carta preziosa, realizzata a mano, è la protagonista di altre opere come lo straordinario "Letto-letto" di Vito Capone, in carta riciclata, giunco e canapa, che accoglie in cima alle scale i visitatori. La luce che lo attraversa esalta la fragilità della struttura in cui sembrano affiorare dal passato un trionfo di trine e merletti, di cui però si percepisce solo l’idea, quasi fosse oggi un gigantesco bozzolo che ne preserva la storia.
È ancora il concetto di connessione, in un’epoca in cui è la rete virtuale a regolare tempi, relazioni, conoscenza, che torna nell’opera di Wanda Casaril, il Giardino per la Pace: una rete policroma, vicina alla Land Art, per raccogliere testimonianze sulla pace dal mondo dell’arte. Un atto dovuto, per l’artista, un contributo verso la società in cui ha chiesto ad altri artisti di lasciare una testimonianza creando ciascuno un tassello su questo tema, un patchwork di opere tenute insieme da una rete, con leggerezza, con la consapevolezza di voler dare un contributo non solo estetico visivo ma anche, e soprattutto, del valore collettivo dell’azione.
Anche la letteratura può essere una straordinaria fonte di ispirazione per gli artisti che lavorano con il tessuto e mentre Luciana Costa Gianello, con l’installazione “Guanciali teneri”, rievoca la propria educazione sentimentale inspirandosi proprio ad un testo letterario, Ettore Consolazione si ispira alle città invisibili di Calvino, portando alla luce un frammento di edificio aggettante dalla parete la cui ombra gioca un ruolo di fondamentale rilevanza. Ombra che è protagonista nel suggerire un’ulteriore dimensione anche nell’opera “Le tre entità” di Paola Besana, lavoro interamente giocato sulla ricerca formale in cui il riflesso sul muro amplifica la potenza espressiva dell’oggetto che intesse una relazione con lo spazio stesso.
Chiudiamo il nostro percorso con alcune opere che ancora una volta ci riportano con vigore alla contemporaneità con tutte le sue contraddizioni: Elisabetta Diamanti, con le “Scarpe per correre”, in cui l’incisione calcografica modellata in forma di calzature realizzate con carta, lino e inchiostro, adagiate su un letto di sabbia in direzioni opposte, sembra suggerire come la ripetizione del modulo possa creare una struttura regolare, ma anche imponderabile, in cui la casualità spinge in direzioni differenti creando quello che l’autrice definisce “un altro ordine possibile”.
Un analogo senso di disorientamento, proprio di chi viene sorpreso dall’imprevisto, sembra essere “La fine e l’inizio”, di Gina Morandini, una vera provocazione per i sensi che si ritrovano di fronte un sovradimensionato e solo apparentemente duttile nodo con una maglia intrecciata in metallo.
Tutto femminile è, infine, il coraggio di Teodolinda Caorlin di svelare, nei suoi arazzi dedicati ai “Vizi capitali” e resi diafani da trame non concluse, anche la presenza estranea di una figura inedita, emblematica del tempo presente, la paura.
Opere colte, dunque, per la maggior parte, in cui la conoscenza dei materiali non fa che amplificare l’impatto emotivo e l’efficacia espressiva, ed in cui la ricerca estetica è realmente forma che incarna un contenuto.

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