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Intervista - Roberto Capucci: Artigiano dello stile
10/10/2013 - Elena Paloscia


"Il vestito è un habitat in tessuto, una forma elaborata e cava da abitare che si ispira alle grandi sculture, al barocco romano, all’ombra e alla luce di certi frontoni, di certe volute dell’architettura, alla natura, a una bouganville della Certosa di Capri".

Con queste parole Roberto Capucci, uno dei creatori di moda più originali della storia, sigilla il proprio modo di concepire un abito fatto di tessuto, forme che prendono vita grazie alla straordinaria capacità tecnica ed interpretativa del suo autore. Proprio a questa idea si ispira l' intervista che segue.


Buongiorno, Signor Capucci e grazie per la sua disponibilità.
Ho scelto di incontrare lei per il primo approfondimento sulla rivista perché credo che il suo lavoro sia una sintesi emblematica ed inimitabile di come creatività, artigianalità e funzione costituiscano un nesso inscindibile e un importante legame con la realtà fatta di storia, tradizione, contemporaneità e capacità di immaginare il futuro. Credo che per continuare ad esistere l’artigianato artistico abbia un grande bisogno di esempi e il suo modo di concepire il lavoro da artista può essere di grande utilità a tutti coloro che credono che non si possa prescindere da qualità e artigianalità. In questa intervista, inoltre, mi interessa mettere in luce, non solo la sua indiscussa autorevolezza in questo settore, ma anche quale potrebbe essere per le generazioni attuali l’approccio più corretto all’intero processo che prevede oltre alla produzione del manufatto anche un’interazione costante con il fruitore, con il mercato, con i mezzi di comunicazione.

Per iniziare, vorrei però partire ancora una volta dalle origini: mi ha incuriosito, nell’intervista del 2008, rilasciata agli Archivi della moda, la storia del suo incontro fortunato con la giornalista che si occupava di artigianato: cosa ricorda lei di quel contesto? E la giornalista in che modo trovava e promuoveva il lavoro degli artisti/artigiani? 

È stata la donna che ha determinato la mia sorte, questa giornalista era una ricercatrice dalle grandi doti intuitive. Io avevo 18 o 19 anni lei ne aveva circa 70, andava in cerca di artigiani, i più strani, che intrecciavano la paglia, che facevano i bottoni, i modesti nel mondo della moda, non i grandi ricamatori, i grandi tessili, e poi gli faceva degli articoli molto belli sul giornale che si chiamava l’ “Artigianato”. Mi presentò alla scrittrice Flora Volpini. Quando vide i miei disegni rimase colpita e mi convinse ad aprire una sartoria: con il sostegno economico del mio patrigno, creai il mio primo laboratorio in Via Sistina, fu lei stessa a indicarmi le collaboratrici più esperte, le tagliatrici e le sarte e a presentarmi le prime importanti clienti. L’incontro con il Marchese Giorgini, abile imprenditore nel mondo della moda fiorentina, che aveva contatti con i migliori artigiani tessili, fu poi decisivo per la mia carriera, ero giovanissimo ma lui con la sua grande esperienza credeva nel mio lavoro, tanto da chiedermi di preparare degli abiti per la moglie e per le figlie e cinque abiti per una importante evento di moda. Gli stilisti più famosi del tempo tuttavia posero un veto alla mia presenza. Ero troppo giovane e sconosciuto, non mi fu possibile mostrare i miei abiti in quella occasione, ma il giorno dopo il marchese organizzò una sfilata nella sua casa con giornalisti e compratori. L’evento fu un successo, l’inizio consacrato della mia carriera pubblica. Da allora non smisi più di cercare e sperimentare e, spesso, proprio quegli artigiani “meno conosciuti” collaborarono con la mia sartoria creando dettagli e accostamenti originali per me.


Lei si definisce un artigiano dello stile per la sua “costante ricerca creativa”, mi piacerebbe approfondire con lei questo argomento e capire meglio: che accezione dà alla parola artigiano e come avviene il passaggio dal processo creativo alla realizzazione tecnica.

Io ho frequentato il liceo artistico e desideravo diventare un architetto o uno scenografo, l’incontro fortuito con questi importanti protagonisti del mondo della moda italiana cambiò la mia vita. Tutto è partito dai miei disegni e dal mio intuito innato per il senso del taglio, della linea, del volume. In questo mi sento un artigiano dello stile: una persona che non si ferma all’idea creativa ma sa sin dall’inizio, esattamente, cosa vuole, come sarà la sua creazione e che, con molto impegno e con l’aiuto di maestranze esperte, riesce ad ottenere risultati originali. 

Potrebbe spiegare alle nuove generazioni cosa significa sartorialità, manualità, mestiere e perché è importante possederli oltre che avere le idee giuste - Quali sono le competenze necessarie ancora oggi di quel bagaglio di conoscenze?

Conoscere nei dettagli le fasi creative di un lavoro è di fondamentale importanza per un designer di moda. Come dicevo, chi lavorerà per realizzare il tuo abito deve avere delle direttive precise e per farlo bisogna conoscere i tessuti, i tagli, i colori, tutte competenze che si acquisiscono con tanto studio ed esperienza, ma per ottenere risultati speciali si devono coniugare con la sensibilità per il bello che secondo me deve essere innata.

I suoi abiti si caratterizzano per una plasticità che, come da lei dichiarato in più occasioni, fa riferimento alla scultura e alle architetture: quale è il suo processo creativo, procede per sintesi o questi elementi entrano a far parte di un immaginario cui attinge poi liberamente? Come descriverebbe il valore aggiunto delle sue creazioni rispetto alla fonte?

Le spiego: io fin da bambino quando andavo alle elementari avevo un istinto naturale per il colore. Ad esempio dopo aver fatto i compiti prendevo i fiori, li tagliavo e li mettevo tutti in fila e mia madre mi diceva: “non si tagliano i fiori” e io le dicevo: “mamma guarda che belli”. C’era sempre un’attrazione nei confronti del bello dei colori, della forma, ed è importante perché chi fa questo lavoro di creazioni deve essere sempre attento al bello, alle forme, oltre che naturalmente deve frequentare e conoscere gallerie d’arte e musei. Io sono un “mangiatore d’arte”, bisogna conoscere tutto. Lo dico ai ragazzi quando vado nelle scuole, non perdete tempo con le sciocchezze, ricordate, lo farete dopo, adesso che siete giovani incominciate ad assorbire il bello perché c’è tanto da imparare, ci sono da vedere le chiese, palazzi, portali… Se uno può viaggiare, perché c’è tanto da imparare e da scoprire. Io posso creare e disegnare solo se ho la testa piena di bellezza, una volta visto il bello nasce immediatamente la voglia di creare. Questo va fatto con uno stato d’animo sereno. Quando disegno sono in estasi, sono astratto da un certo tipo di vita volgare e piena di confusione. Torno volentieri a visitare musei che ho già visto molte volte perché ogni volta scopro nuove cose, nuove forme, nuovi colori che mi fanno bene. L’ignoranza e la maleducazione mi fanno paura, mi inibiscono la voglia di prendere la matita e di creare. Naturalmente non basta solo lo stato d’animo sereno, i giovani devono imparare a conoscere i musei, le chiese, i pittori gli architetti, ma anche anche la musica: ad esempio, quando vado ai concerti utilizzo il biglietto d’entrata come una sorta di taccuino: se mi viene voglia di un tailleur faccio una piega se voglio un cocktail ne faccio due, se voglio la sera faccio tre pieghe al biglietto, e poi lo metto in tasca. Senz’arte sarei una nullità.

Quali elementi del mondo naturale o scientifico sono entrati a far parte del suo immaginario? ha prevalso il colore o la forma?

Entrambi direi. Amo tutti gli animali, un’attrazione innata. Pensi che di recente in Thailandia, nel famoso convento in cui i monaci allevano le tigri mi sono fatto fotografare insieme a una di loro. Sono bellissime, più alte dei leoni. Ho uno speciale rapporto anche con le piante, nella mia case ne ho circa quattrocento di cui amo prendermi cura costantemente, loro sono vive, percepiscono l’amore e io rispetto tutto ciò che è vivo.
Lei ha lavorato ed esposto all’estero in più di un’occasione in che modo il contatto con culture differenti (penso all’India, ad esempio) ha influito sul suo lavoro? Dal punto di vista delle conoscenze tecniche ne ha tratto insegnamento?
Andai in india per la prima volta e mi venne a prendere un interprete: era Sonia Rossellini, la moglie di Rossellini. Indiana, elegantissima, colta, intelligente, a quel tempo realizzavano abiti per il mercato estero (Australia e Giappone, ad esempio) con tessuti indiani, idee occidentali per fare lavorare i loro tessitori. Quello che era affascinate è che ci mandavano a vedere i tessuti anche nelle capanne dei contadini e dissero: “dobbiamo lasciare la libertà del colore anche alla gente semplice, non dobbiamo farli realizzare in fabbrica altrimenti diventano commerciali”. Lasciavano loro la libertà creativa e questo è molto bello. La creazione è libertà assoluta. Io sceglievo i colori, i tessuti, e dall’Italia mandavamo i prototipi in tela e loro li facevano con il tessuto. Noi in Italia non conoscevamo quei colori. Indubbiamente l’India mi ha influenzato molto dal punto di vista del colore, purtroppo quando si lavano questi tessuti parte del colore viene via a causa delle tinture naturali.
In realtà tutto l’oriente mi ha affascinato, ho visitato la Cina, il Giappone, il Bhutan, il Sikkim, la Birmania, la Cambogia, la Corea, e l’Afghanistan, quando ancora era possibile andare. Viaggiando ho capito la necessità di alimentare lo spirito con il bello, questa è la mia religione. Ancora oggi, ad 82, anni guardo il bello come fosse per la prima volta. Una volta a Parigi feci un abito da sera di velluto arancione con i bordi tutti ricamati di turchesi e Vogue mi fece la copertina. Dopo qualche anno feci nuovamente un viaggio in India, con amici, da una capanna uscì una vecchietta con un sari arancione e con la sciarpa girata turchese: nonostante vivesse in una capanna, del tutto ignara della moda, possedeva un istinto naturale che è libertà.
Spesso il suo lavoro è stato concepito e percepito come una creazione artistica tout court, tuttavia l’aspetto funzionale rimane di fondamentale importanza.

C’è stato qualche aspetto di questo mestiere che ha percepito come un limite e, come artista, le è capitata una donna che proprio non ha voluto vestire perché non la riteneva in sintonia con il suo lavoro? Esiste o è esistita una richiesta impossibile?

No, non ho avuto difficoltà tecniche. Nella mia carriera non ho voluto vestire una sola persona: una donna per cui stavo realizzando un abito da sposa e che si presentava con indumenti intimi neri alle prove, creando non poche difficoltà. Allora le ho chiesto di rivolgersi a qualcuno che avrebbe potuto capirla meglio di me. Perseguire l’armonia e fidarsi delle proprie sensazioni è importante: a Berlino, ad esempio, presentai un abito di cui non ero convinto, successivamente lo eliminai dalla collezione. Lo consideravo un vestito “sbagliato” nonostante altre persone pensassero il contrario.

Come ha interpretato le personalità delle singole clienti? e quali novità formali l’hanno indotta a sperimentare?

Istinto, attitudine ed esperienza sono fondamentali. Io dopo aver vestito migliaia di donne capisco subito la timida, quella sicura di sé, l’insicura. Ammiro molto le donne sicure di sé che sanno quello che vogliono. Questo è in sintonia con la mia personalità e con la consapevolezza che ho del mio lavoro. Perché il mio lavoro è studiato, pensato e ripensato, in questo ritengo di essere del tutto onesto e voglio dare al pubblico la parte vera di me stesso, senza bluff. Solo così sono in pace con me stesso, se piaccio a pochi va bene lo stesso.
Apprezzo molto chi ha carattere, mi aiuta. Le faccio un esempio: una sposa, non magra, dopo aver visto i disegni ne scelse uno difficile, ciò inizialmente mi rese perplesso, poi, in effetti, ho capito che le stava bene, un abito dalla costruzione particolare un po’ azzardata, rispecchiava la sua personalità decisa e questa scelta era l’ideale, mi ha aiutato moltissimo.

 La costruzione dei suoi abiti è complessa. Quali le principali difficoltà tecniche? Saper risolvere una difficoltà tecnica ha più valore del perseguire l’idea iniziale?

A dire il vero non ho mai trovato difficoltà tecniche perché in laboratorio le mie collaboratrici riescono a realizzare tutto quello che spiego e che voglio, anche se oggi solo le persone di età vengono a fare questo mestiere. Purtroppo, non le giovani generazioni.

Lei è stato premiato nel 1965 con una copertina di Life per un abito intarsiato con perline fosforescenti, dunque visibile anche al buio; quale è il suo rapporto con l’innovazione tecnologica?

Guardare è importante: quando feci i vestiti fosforescenti, ad esempio, stavo andando di sera a cena all’Eur a casa di amici. C’era traffico e non potevo superare perché vidi il corteo che andava al Divino Amore, era buio e i partecipanti avevano in mano i rosari che si illuminavano, ebbi subito l’idea di utilizzare quei grani luminosi. Mi informai, telefonai a tutte le chiese, poi finalmente un francescano mi disse che ad Assisi c’era la fabbrica. Partii con una amica, ne acquistai diverse misure e ricamai tutti i vestiti. A Parigi, durante la sfilata di Dior venne a mancare la luce, ma quando venne il mio turno e spensi appositamente la luce tutti pensarono ad un nuovo guasto e nessuno avrebbe immaginato la sorpresa. Fu un successo straordinario e furono realizzati molti abiti con quelle decorazioni. Ma questo è solo un esempio, io ho provato tutti i materiali oltre ai tessuti nobili da abbinare a volte a quelli poveri come la paglia, la plastica, la corda. C’è sempre da provare, sperimentare, non bisogna mai tirarsi indietro. I materiali mi affascinano tutti.
Le è spesso capitato di incontrare diffidenza nei confronti di proposte originali e innovative e come ha affrontato questa prova?
Io ho seguito sempre la mia strada, il mio motto è se non piace a tutti non ha importanza, c’è un detto di Schiller, bellissimo, che ho fatto mio, che dice: “se quello che crei o fai non piacerà alle folle, cerca di deliziare i pochi, è un errore voler piacere a tutti”.

Come ha affrontato il tema della vestibilità nei suoi abiti sculture e in che modo è riuscito a raggiungere il giusto equilibrio tra le forme del corpo femminile e la forma dell’abito?

La proporzione si crea sempre addosso, sono sempre attento ai tagli e prediligo i tagli verticali e non orizzontali.
Abbiamo fatto, ad esempio, per un secondo matrimonio, un abito da sposa bianco plissé e i colori sono stati messi sotto, e anche se la cliente non aveva l’altezza di una indossatrice, riuscimmo ad armonizzare il modello su di lei. Ci sono poi alcuni abiti scultura richiesti appositamente dai musei: per il centenario della Biennale di Venezia mi chiamarono per creare 12 vestiti scultura senza testa e gli abiti erano sospesi, Jean Claire, il direttore mi disse: “si ricordi che lavora per le donne quindi non dimentichi il lato di creazione femminile”. All’Expo di Lisbona del 2000 il Ministero degli Esteri mi chiese di realizzare un vestito per il padiglione italiano e io chiesi il tema che era per tutti i paesi “Gli oceani, i mari del futuro”. Così nacque l’Oceano: ci vollero 5 mesi, 5 ragazze, 1200 pezzi tagliati e numerati con le sfumature, le volute delle onde, bellissimo…

L’importanza del dettaglio è fondamentale: dalla ideazione alla realizzazione, quale è il suo iter solitamente? Il dettaglio nasce contestualmente all’idea o viene aggiunto in seguito?

Il dettaglio nasce sempre insieme all’idea, io quando disegno per le collezioni disegno in bianco e nero, poi metto per terra tutti i disegni e comincio ad eliminare, poi faccio le tele. Quando mi fanno la prima tela comincio a studiare il colore, facendo abiti molto scultorei con volumi che escono ed entrano, devo stare molto attento al colore perché il colore se entra mi dà la possibilità di far vedere un certo tipo di taglio, se è troppo scuro lo spegne. Il colore ha la stessa funzione della creatività. Non si può decidere a priori “lo faccio tutto rosso questo vestito”, bisogna vederlo una volta che abbiamo la struttura. Do un dettaglio e so già quello che voglio, il cappello, il tipo di scarpe. Ad esempio, nel famoso cappotto quadrato o tondo io non volevo decidere il colore perché anche Leonardo, cui mi ero ispirato, non aveva colori. Vista la prima tela dissi sì, questo è bello proprio doppio, dietro nero e avanti ciclamino o fucsia, ed era riuscito benissimo perché quando era chiuso era tutto nero e aprendosi si vedeva il colore. In questo modo si mettevano in evidenza, le forme, i tondi e il quadrato.

0ggi in ogni settore si assiste ad una ridondanza spesso parossistica da parte di artisti e stilisti. Nel realizzare le sue creazioni così complesse, come è riuscito a mantenere l’equilibrio? Ai giovani, come spiegherebbe quando è il momento di fermarsi nell’aggiunta di elementi e dettagli?

Vede, bisogna stare attenti perché oggi c’è troppo di tutto e in realtà non c’è nulla. Se vede dei campionari di tessuto, ad esempio, oggi funziona che va di moda quel colore, quello che decidono i tessili e gli stilisti trova solo quel colore e se cerca un altro colore non lo trova. Questo vuol dire che chiudono la mente a chi vuole creare un prodotto diverso. Ai miei tempi questo non accadeva, a Parigi vedevo i campionari: ogni rappresentante arrivava con 8 valigie, erano anche troppi, ed era una gioia scegliere, vedere, dire mi può fare questo o quest’altro? Oggi è tutto limitato, però è strano, c’è molto più di quello che c’era prima. I negozi sono carichi, quando li vedo mi chiedo: se fossi donna, riuscirei a comprare certe cose? Non credo proprio. Manca quel senso di rispetto della donna, va rispettata per quello che è, non deve essere un divertimento, un gingillo da addobbare con corna o altri elementi ridicoli. La donna è dea, moglie, amica, amante, madre, la donna è tutto. Diamo alla donna quello che si merita, non deve diventare lo zimbello del nostro piacere. La donna è bella, meravigliosa. Giovane, vecchia non ha importanza. Aiutiamola ad essere più bella, oggi per strada si vedono cose di pessimo gusto e degradanti: “il festival delle mutande” mi piace definirlo, vale soprattutto per le straniere.

Lei ha lavorato con il cinema e con il teatro, come cambia il processo creativo nel confronto con più interlocutori il testo o la musica, il regista, lo spazio e gli interpreti? Quali le analogie e quali le differenze rispetto all’attività consueta?

L’esperienza è certamente molto diversa, bisogna considerare che si tratta più di una collaborazione, non ho avuto molte esperienze poiché sono restio a dire sì, a volte mi chiedo perché, se abbiamo i più bravi costumisti del mondo, chiamare gli stilisti. Tuttavia ho avuto alcune esperienze significative e gratificanti. Per il cinema, ad esempio, ho fatto solo Teorema di Pasolini con Silvana Mangano, ho avuto la fortuna di conoscere Pasolini che venne in sartoria ed era una persona di un’educazione estrema, spiegava tutto in maniera perfetta, senza perdere tempo. Mi disse: “Capucci, questo personaggio non potrà mai portare i suoi vestiti perché è una ricca borghese che si innamora verso la fine, perciò colori molto normali. Poi, alla fine, metta un po’ di rosso perché scopre il sesso, Terence Stamp lo vesta come si veste lei. È stata una collaborazione molto semplice, decidevo io. Per il teatro, invece, feci al San Carlo di Napoli il Capriccio di Strauss. Non ero certo di volerlo fare ma mi lasciai convincere a farlo dal Sovraintendente, e così feci due vestiti, la scenografia era di Pomodoro. Poi, a Verona, feci le dodici vestali in occasione di un grande spettacolo dal titolo “Qui è nata la Callas”, dodici vestiti bianchi, e la Fracci, che accendeva il fuoco sacro, e Janko indossavano i miei abiti. Un’ esperienza curiosa la ebbi a Vienna, città in cui avevo esposto in una personale per il Kunsthistorisches museum. La Sovraintendente, Silvia Ferino Pagden, mi chiese due interventi per le mostre di Isabella d’Este e della pittrice Sofonisba Anguissola, e volle che realizzassi per ogni mostra un abito alto 50 cm da esporre. Disse: “devi leggere la storia, mettici molto Capucci, ti riferisci all’epoca e fai quello che vuoi”. Anche Franco Zeffirelli non mi diede direttive quando mi chiese di fare un vestito per Olivia Hussey, mi avvisò solo che l'attrice aveva messo su qualche chilo e che avrebbe dovuto presentarla alla Regina di Inghilterra. Feci un abito rosa salmone, scivolato, un modello semplice per nascondere le forme.


Ho visto che è stato realizzato uno splendido libro fotografico sul suo lavoro. Personalmente ritengo sia fondamentale la capacità di un fotografo di interpretare, oltre che di catturare i minimi dettagli delle sue creazioni, in modo da restituirli nella loro massima potenzialità espressiva, tanto che ho inserito nel sito uno spazio per i fotografi che si chiama “l’arte di fotografare l’arte”. Quale è il suo rapporto con la fotografia, che contributo crede possa dare oggi?

Un tempo mi fotografava Fiorenzo Miccoli, faceva delle fotografie molto particolari, che oggi non fanno più. Oggi si tende a creare effetti con modelle in movimento per rendere interessanti vestiti banali, e a me questo tipo di fotografia non interessa. I miei vestiti però sono ben fotografati per il sito e per le mostre.

Ancora a proposito di libri, nella rivista ho uno spazio dedicato alle letture aperto a libri più tecnici ma anche a saggi, cataloghi che possano contribuire all’approfondimento di questo argomento così vasto: ha un libro che potrebbe consigliare ai lettori, imprescindibile nella sua esperienza lavorativa e formativa?

Non ne ho uno in particolare. Un libro che ho amato molto e che rileggo è Siddharta di Herman Hesse, ma amo più le biografie che i romanzi. Tra i libri d’arte ho tutta la collezione di Michelangelo, tuttavia vedere i suoi lavori dal vivo è un’altra cosa, quando mi hanno invitato a vedere da vicino i restauri della Sistina è stata un esperienza estasiante, unica, che mi ha reso felice. Nei libri preferisco scoprire i contesti storici e l’intimità dei grandi personaggi: ad esempio, sto leggendo le poesie e i pensieri di Marco Aurelio, un libro difficilissimo ed ho finito da poco un libro sulla corte della monarchia nella Corea del ‘700, pieno di intrighi e violenza, ma interessante.

In uno dei prossimi numeri vorrei affrontare l’argomento “Artigianato e matematica” affrontando il tema dal punto di vista delle competenze ma anche dell’intuizione e del gioco. Tenendo in considerazione la scissione che si è venuta a creare a partire dal Rinascimento tra la figura dell’artigiano e quella dell’artista, mi potrebbe dare un suo contributo in merito?


Non ho mai approfondito l’argomento perché la matematica non era una delle mie materie preferite, delego ad altri i calcoli necessari come ad esempio sulla metratura della stoffa, però controllo sempre in prima persona le proporzioni, con il centimetro…

C’è una domanda che non le hanno mai fatto e alla quale avrebbe voluto rispondere?

Come va il mondo oggi? Penso sia un disastro, mi chiedo come possa andare avanti un Paese così e questo porta negatività anche nel lavoro. Continui litigi e scarsa cura del Paese da parte della classe politica, non sento più il senso spontaneo della vita, delle giornate, dell’educazione, forse sarà l’età. Credo sia un momento in cui gli uomini dovrebbero pensare, riflettere ed acquisire consapevolezza. Solo un esempio fra tanti: gli antichi romani che si fanno fotografare con i turisti, obbligati dal regolamento del comune a sostare davanti alla Colonna Traiana, denota a mio parere una profonda incapacità di valorizzare e rispettare le nostre bellezze e ricchezze.

La ringrazio infinitamente.

 

 

 

 

 

 


 



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