MAESTRI DEL PASSATO
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Afro e il gioiello, creazioni in libertà 05/01/2014 - Elena Paloscia

Afro (Afro Basaldella), proveniente da una famiglia di artisti, con padre pittore e decoratore, zii orafi e fratelli scultori come Mirko e Dino, pur essendo pittore ha sempre avuto un rapporto privilegiato con le arti applicate, creando nel corso del tempo anche splendidi gioielli e arazzi.
Sfida, curiosità, libertà ma anche disciplina: l’artista, esponente in un primo tempo della Scuola romana e successivamente attento alle suggestioni postcubiste e surrealiste e all’arte informale americana degli anni ‘50, privilegiava la forma ed il colore nelle sue creazioni pittoriche pur confrontandosi spesso per lavoro anche con questioni tecniche. Fu infatti insegnante di mosaico all’Accademia di Venezia nel 1941, ebbe modo di sovraintendere alla trasposizione dei propri dipinti e volle apprendere le tecniche incisorie dell’acquaforte e del bulino per poterle sperimentare in prima persona.
Questo genere di approccio alle arti applicate non verrà mai meno e quando, nel 1946, il gioielliere Mario Masenza, erede di una dinastia che forniva la Casa Reale, decise di aprire il suo negozio laboratorio agli artisti chiedendo loro di realizzare dei gioielli per lui, Afro accettò.
Uomo di cultura, amante dell’arte, con una clientela colta e sensibile, Masenza aveva intuito che questa sua iniziativa avrebbe potuto infondere una nuova vitalità all’arte orafa che, a causa delle vicende belliche, aveva subito un grave declino qualitativo e creativo. Aderirono a questo progetto molti altri artisti tra cui Mirko, Fazzini, Guttuso, Leoncillo, Cannilla, Guerrini, Severini, Capogrossi.
Afro collaborò con il gioielliere fino al 1958, realizzando pezzi a cera persa, sbalzo, cesello ed incisione, tecniche che volle apprendere per l’occasione cimentandosi con un nuovo linguaggio.
La sperimentazione di queste inedite potenzialità espressive si risolse in creazioni che recano un'impronta netta e riconoscibile, seppure forse ancor più definita nei tratti essenziali, rispetto alla sua produzione pittorica.
È come se lo spazio limitato dell’oggetto, spesso asimmetrico ed irregolare, di anelli, pendenti, bracciali e orecchini o medaglie, potesse accogliere le suggestioni di quel passato cui Afro fa riferimento anche nella pittura. Senza il filtro della velatura cromatica, cifra stilistica del pittore, la tecnica stessa lascia emergere dalla vibrante superficie dell’oro le figure in cui traspone un’energia intensa. La profondità e la trasparenza delle pietre e delle loro cromie sembrano avere il compito di assolvere quella ricerca interiore cara all’artista. Qui, infatti, la gestualità, che nel tempo acquisisce in una progressiva comprensione dell’Espressionismo astratto americano tra gli anni ‘50 e ‘60, è ricondotta nell’ambito di una disciplina, quasi fosse quel momento di ordine necessario a contenere quella libertà del gesto tanto ambita e raggiunta proprio in quell’arco di tempo.
Spesso per gli artisti questa condizione ritrovata nella pratica artigianale è una necessità parallela ed il rigore imposto dalla tecnica di lavorazione di un materiale come l’oro scandisce non solo quegli spazi così ristretti ma anche tempi diversi, consentendo di metabolizzare le medesime “emozioni” e “i sogni” che Afro lasciava emergere nei dipinti.
Alcuni tratti però, in queste fantastiche microsculture da indossare, restano presenti e distintivi: l’attitudine alla narrazione e all’amore per la storia e per l’arte antica, che si ritrova specialmente nei bracciali; la presenza di iconografie religiose rivisitate in chiave contemporanea; le forme ricorrenti dell’immaginario surrealista come l’occhio; le figure antropomorfe allungate con teste deformate, memori dell’arte africana, filtrata attraverso la lezione picassiana; la spirale; la stella e la forchetta che, con le sue punte irregolari la prima, e con i suoi denti ora dritti ora ricurvi la seconda, scandiscono ritmicamente lo spazio circostante.
La grande maestria dell’artista nel gestire i pieni ed i vuoti si palesa in quei trafori concettualmente distanti dal classico regolare traforo ad archetto dell’oreficeria: questi sembrano piuttosto maglie di una rete che consente all’oggetto di dialogare con il corpo, come in pittura il disegno ed il colore dialogano con il fondo della tela e con lo spazio circostante.
La libertà che l’artista pone in queste creazioni si estrinseca anche negli abbinamenti materici e cromatici dell’oro con le pietre dure, come il corallo, materia vivente che spesso diveniva elemento strutturale, e con pietre preziose tradizionali, la cui funzione decorativa era talvolta surclassata da quella espressiva, trasformando così le gemme in vere e proprie finestre sull’inconscio.
Di particolare interesse anche la genesi creativa che si intuisce dai disegni preparatori: bozzetti colorati come disegni autonomi o schizzi dai tratti lineari, in bianco e nero con le linee essenziali e le forme d’impronta neocubista. Sono qui evidenti una scansione precisa dello spazio e una chiara indicazione della disposizione delle pietre: questi elementi confermano una progettualità che proviene da una profonda chiarezza ideativa ed interiore dell’artista.

Le immagini sono tratte dal  libro Afro, le due dimensioni del gioiello, Edizioni  Dataars, Roma 2002

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